Design: ridisegnare il mondo, creare reti

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Non solo lampade e poltrone: la ricerca nel campo del design al Politecnico di Torino oggi vola oltre le pareti domestiche per occuparsi del territorio, con la sua storia, le persone che lo abitano, le sue infrastrutture, i sistemi produttivi, le aziende e i prodotti da valorizzare e riscoprire.

Una ricerca che esce dal perimetro che siamo abituati a collegare al design – cura estetica e funzionale degli oggetti – per allargarsi a studiare come creare reti relazionali tra enti e imprese per ottimizzare e rendere sostenibile la produzione. A livello locale, in primo luogo, ma anche da un angolo all’altro del pianeta, come avviene per esempio con il progetto C4CEC, Center for Circular Economy in Coffee, che agisce a livello globale mettendo in rete tutte le realtà della filiera del caffè.

Un metodo che si concentra anche sull’insegnare l’innovazione e sui modi migliori di comunicarla, anche visivamente, in tutta la sua magnifica complessità.

Il design a Torino esprime in questo contesto una ricerca estremamente attuale e multiforme. Attraverso diversi laboratori intreccia percorsi ampi e diversificati di progetti, italiani e internazionali, che si occupano di valorizzare e mettere a sistema quello che esiste, che è esistito e che esisterà.

Il punto focale che si ritrova sempre al centro del metodo – ed è poi forse l’eredità del design come lo intendiamo tradizionalmente – è l’attenzione costante e specifica all’utente, o per dirla meglio alla persona umana.

Da Silvia Barbero, docente di Design sistemico al Politecnico, coordinatrice del Systemic Design Lab e vicerettrice per la Comunicazione e promozione, ci facciamo spiegare le caratteristiche del Design sistemico: un metodo di ricerca e lavoro volto a innovare il processo produttivo industriale (e non solo), ripensandolo in modo da non solo ridurre, ma addirittura eliminare, riutilizzandoli sistematicamente come nuova materia prima, gli scarti.

Una posizione culturale che ricorda ed è effettivamente vicina all’economia circolare, metodo venuto recentemente alla ribalta e molto incoraggiato da qualche anno anche dall’Unione europea. Ma il Design sistemico, spiega Barbero, va oltre. Non riguarda infatti la circolarità di produzione all’interno di un singolo sistema, per esempio un’azienda, ma punta a mettere in relazione sistemi diversi, considerandoli un tutt’uno.

Chiarisce il concetto Barbero: “Pensiamo a come agisce la natura, per cui lo spreco non esiste: lo scarto di un’attività è sempre riutilizzato e valorizzato in un altro contesto, i rifiuti di un essere vivente diventano sempre nutrimento per un altro. Bisogna riflettere che la natura non opera per cerchi chiusi, ma per reti complesse. Forzare un ciclo a chiudersi all'interno di una singola impresa non è il metodo migliore e presenta dei rischi di cortocircuito. Nel Design sistemico non si punta alla circolarità all’interno della singola impresa, ma piuttosto a creare una rete di relazioni industriali in cui lo scarto di un'azienda diventa risorsa per un'altra, imitando la capacità della natura di metabolizzare la materia attraverso interconnessioni ampie e diversificate”.

Se la base del metodo è costruire reti di relazioni, ne deriva che è fondamentale conoscere tutte le risorse e gli enti presenti sul territorio. Il Systemic Design Lab (Sys lab per gli amici) – cuore della ricerca nel campo del Design sistemico al Politecnico – ha sviluppato un metodo che prevede diversi step. Racconta Silvia Barbero: “Al Sys Lab abbiamo sviluppato una metodologia di analisi basata su metodi e strumenti consolidati del Design sistemico. Combiniamo l’esplorazione allo sviluppo di sistemi di risposta. Si parte da un’analisi il più possibile esaustiva del sistema esistente, per poi esplorare tutte le possibili soluzioni e convergere verso un progetto sistemico, che viene successivamente sviluppato, sperimentato e infine implementato all’interno del contesto reale”.

Un aspetto cruciale è il coinvolgimento attivo di tutti gli stakeholder nel processo. Spiega ancora Barbero: “Nella fase di ricerca a tutto campo, che chiamiamo ‘rilievo olistico’, raccogliamo e processiamo quantità molto importanti di dati, che poi devono essere interpretati e condivisi con tutti gli stakeholder: dalle amministrazioni pubbliche ai produttori locali, dagli esperti che collaborano al progetto alla cittadinanza… in questo collaboriamo con colleghe e colleghi specialisti in Design della comunicazione, esperti nella creazione di sistemi di visualizzazione che consentono sia di identificare relazioni, estraendo senso da migliaia di dati che in un foglio Excel resterebbero celle isolate, sia di creare un terreno d'incontro dove chi partecipa – diverso per provenienza, formazione, funzione e livello – possa condividere la comprensione dei dati, proprio grazie all’uso del linguaggio visivo”.

Il design sistemico

I cinque pilastri

Il Design sistemico identifica nelle relazioni tra le parti di un sistema gli elementi che generano il sistema stesso: invece di considerare le singole parti, tratta il sistema come un insieme unico.

OUTPUT>INPUT

Gli output di un sistema diventano input per un'altra filiera produttiva.

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RELAZIONI

Le relazioni generano il sistema stesso.

RELAZIONI

RELAZIONI

RELAZIONI

AUTOPOIESI

I sistemi autopoietici supportano e si rigenerano, co-evolvendo congiuntamente.

AUTOPOIESI

AUTOPOIESI

AUTOPOIESI

AGIRE LOCALMENTE

Il contesto operativo è locale e privilegia l’utilizzo consapevole delle risorse locali.

AGIRE LOCALMENTE

AGIRE LOCALMENTE

AGIRE LOCALMENTE

UMANITÀ AL CENTRO

L’umanità è un focus del progetto.

UMANITÀ AL CENTRO

UMANITÀ AL CENTRO

UMANITÀ AL CENTRO

Il metodo del design sistemico

Understanding complexity

Rilievo olistico dello scenario attuale, che considera sia il contesto circostante che i flussi di energia e materia

Tackling challenges

Identificazione delle sfide e delle opportunità dello scenario attuale e dei suoi flussi

Designing the system

Progettazione di un nuovo modello sistemico basato sulle relazioni tra processi e attori, che ottimizza i flussi di energia e materiali e dà valore ai rifiuti come risorse

Evaluating the system

Identificazione e studio dei nuovi risultati generati dal nuovo modello sistemico e validazione del sistema dal punto di vista della fattibilità con studi e sperimentazioni

Esempio di “Complexity map”, realizzata nel contesto del progetto DesHealth, finanziato dall’Unione europea

Il progetto, coordinato dalla ricercatrice Amina Pereno, prevede formazione innovativa per professionisti e studenti nel campo della sanità sostenibile, attraverso esperienze formative interdisciplinari e internazionali.

Finanziato dal programma Erasmus+ dell’Unione europea, ha coinvolto sette partner principali provenienti da Italia, Paesi Bassi, Svezia e Spagna.

Durante lo sviluppo dei contenuti del corso, sono stati applicati al settore sanitario strumenti di progettazione sistemica, consentendo la mappatura, l’analisi e la visualizzazione dei dati relativi agli impatti del settore e alle relazioni tra gli attori e il loro contesto.

Tre progetti di design sistemico che coinvolgono produzione e territorio

Agire localmente: valorizzazione del territorio e del patrimonio culturale

scarpe Gaudenzio

L'attenzione alle risorse locali e l’empowerment delle comunità sono al cuore di un altro filone della ricerca nel campo del design del Politecnico, che si muove parallelamente al precedente, benché con intersezioni e intrecci continui: il design per il Patrimonio culturale e il territorio, focalizzato sulla narrazione e sulla valorizzazione delle risorse, materiali e culturali, dei territori.

Come spiega Marco Bozzola, docente di Design per il patrimonio culturale al Politecnico: “La ricerca di design sul patrimonio storico e culturale punta a individuare metodi, strumenti, modalità per valorizzare le risorse locali, non solo di tipo materiale, ma anche intangibili. Non parliamo solo di prodotto, ma di valorizzare il contesto e tutto il territorio, aumentandone la fruibilità e la conoscenza. Questo significa anche sviluppare servizi di comunicazione, finalizzati a raccontare, con molti metodi e attraverso molte forme: si può partire, banalmente, da un volantino, passare per il web design e arrivare a sistemi di segnaletica installati in loco”.

Non si tratta solo di fornire informazioni, ma anche di contestualizzarsi rispetto a un luogo, a maggior ragione se è un luogo che ha un valore culturale particolare: una delle finalità fondamentali della ricerca è trovare i modi più filologicamente corretti perché la comunicazione sia coerente con il paesaggio e con quel determinato sito, rispettandone la storia e la natura.

Spiega ancora Bozzola: “L’essenza di un sito non deve essere alterata dalla comunicazione, bensì rivelata e resa intellegibile attraverso interventi coerenti con la storia, i significati e la natura stessa del luogo, capaci di inserirsi nel contesto senza generare impatti visivi invasivi, preservando la percezione originaria del bene. Ogni scelta cromatica, materica e posizionale deve essere rispettosa del contesto e dei suoi vincoli: per questo ci si confronta anche con le parti interessate, compresa la Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio, quando necessario”.

L’attenzione dei designer si concentra quindi sulla progettazione di attrezzature funzionali, sistemi di mediazione ed esperienze che facilitino la fruizione dello spazio, permettendo all'utente di coglierne il valore senza che l'intervento progettuale sovrasti mai l'opera originale.

Come spiega Bozzola: “Scopo dell’intervento è far sì che l'utente possa, nel momento in cui fruisce dello spazio, godere del luogo in maniera migliore e anche capirlo meglio”.

Un ambito importante di progetti di Design del patrimonio culturale è la valorizzazione e rivitalizzazione di tradizioni artigianali locali, che possono fare da volano al turismo e alla crescita: è il caso del progetto europeo Culturality, guidato dalla professoressa Elena Dellapiana, finanziato nell’ambito del programma Horizon, sviluppato in partnership con 13 partner di 9 paesi europei. Racconta Bozzola: “In questo caso l'obiettivo è sviluppare azioni in grado di intercettare produzioni artigianali o comunque contesti produttivi territoriali, che possono avere bisogno di essere in qualche modo riattivati, per diventare motori di crescita economica, anche attirando un turismo sostenibile, interessato non alla visita mordi e fuggi, ma a immergersi nelle tradizioni locali, per esempio con visite a laboratori artigianali di produzione. In questo contesto partecipiamo al progetto con azioni di formazione finalizzate alla riscoperta e promozione del patrimonio artigianale locale. Svilupperemo azioni specifiche sul territorio della Carnia per valorizzare in particolare la produzione delle cosiddette scarpets, calzature friulane tradizionalmente realizzate a mano dalle donne a partire dagli stracci, secondo tecniche messe a punto nei secoli”.

Segnaletica e identità: il Castello del Valentino a Torino e il parco Berlinguer a Settimo Torinese

La comunicazione visiva e la segnaletica sono banchi di prova in cui l'identità di un luogo si traduce in segni grafici e forme fisiche.

La ricerca e il progetto della segnaletica per il Castello del Valentino (sito UNESCO) non ha risposto soltanto a esigenze di orientamento delle persone in visita. Il processo di analisi concettuale ha portato all'individuazione di un tratto architettonico distintivo: l'inclinazione dei tetti "alla francese". Questo dettaglio è stato trasposto nel taglio geometrico dei pannelli informativi, creando un rimando allusivo all'edificio, discreto e al tempo stesso efficace come elemento caratterizzante.

Nell’intervento a Parco Berlinguer, a Settimo Torinese, il concetto di patrimonio si estende alla biodiversità di flora e fauna. L'intervento ha privilegiato un design di tipo esperienziale: i pannelli informativi sono dotati di elementi in rilievo che permettono ai bambini di interagire tramite la tecnica del frottage, ricalcando le forme della natura su carta.
L'inclusione è garantita da percorsi tattili per persone ipovedenti e sistemi digitali (QR code) per contenuti uditivi, che trasformano il parco in un laboratorio di apprendimento sensoriale.

Rivitalizzazione delle tradizioni locali: gli scarpets friulani

Il design non si sostituisce all’artigiano, ma ne aggiorna i processi e le strategie di mercato per contrastare il declino di settori storici.

Nell’ambito del progetto Horizon Culturality, la ricerca intende approfondire la produzione artigianale degli "scarpets", le tradizionali calzature friulane della Carnia, in collaborazione con il Museo carnico delle arti popolari "Michele Gortani". L’obiettivo è contribuire a preservare l'eccellenza della manifattura manuale, aggiornandone l'offerta formativa rivolta a nuove generazioni di artigiani e piccoli imprenditori e la proposta commerciale, per intercettare un turismo sostenibile e consapevole.

scarpets
manifattura

Rivitalizzazione delle tradizioni locali: il legno della Val Varaita

Un'altra ricerca riguarda il legno della Val Varaita, in provincia di Cuneo: in questo contesto, sotto la guida del professor Claudio Germak, il design ha operato per rilanciare le filiere boschive locali. Attraverso il ridisegno di arredi urbani (tavoli da picnic, bacheche, segnaletica) e domestici, sono state impiegate specie locali come il frassino e il larice. L’utilizzo di semilavorati e la riduzione del materiale impiegato ha permesso di ottimizzare la produzione delle falegnamerie della valle, rendendo i prodotti più competitivi ed esteticamente vicini alla sensibilità contemporanea.

arredo
arredo
segnaletica

Packaging e merchandising, veicoli di valore territoriale

Il packaging e il merchandising non sono considerati accessori secondari, ma vettori fondamentali per trasmettere l’esperienza culturale oltre i confini del sito visitato.

Un esempio emblematico di intreccio tra didattica e ricerca è il progetto sviluppato per l'Associazione Langut, in provincia di Cuneo, che tutela un grano antico delle Langhe. Questa sperimentazione ha coinvolto oltre 200 studenti del laboratorio di Concept design del Corso di laurea in Design e comunicazione, portando alla creazione di prototipi di packaging progettati per narrare la storia del prodotto e proteggerne la tipicità. Sebbene rimasto allo stadio di prototipazione, il progetto ha dimostrato come il design possa farsi custode della biodiversità cerealicola locale.

pacco farina

Cose che nascono quando il design incontra la storia

mappa concettuale

Pier Paolo Peruccio è ordinario di Design, docente di Storia del pensiero sistemico e Storia della comunicazione visiva e del design; è inoltre direttore del laboratorio Sydere dedicato alla ricerca, alla formazione, al trasferimento tecnologico e all’innovazione nel campo del design sistemico. Con lui parliamo di un aspetto particolare: il rapporto del design con la storia.

“Mi occupo da oltre vent’anni della storia delle relazioni tra progetto e Systems Thinking, e posso dire una cosa: il Design sistemico non nasce negli anni duemila, le sue radici risalgono addirittura al VI secolo avanti Cristo, con Eraclito. Quando il filosofo greco afferma che “tutto scorre” enuncia infatti un principio fondamentale del pensiero sistemico: spostare l’attenzione dall’oggetto al contesto, dal prodotto al processo, significa guardare non solo a ciò che viene realizzato, ma a come viene realizzato”.

All’interno di questo continuo fluire, afferma Peruccio, è importante ricordare che la storia offre strumenti preziosi per immaginare il futuro: “Da dove deriva, in fondo, la parola “progetto”? Dal latino projectus, participio passato di proicere, cioè ‘gettare in avanti’. Gli archivi storici non sono raccolte polverose di documenti morti, bensì patrimoni vivi, che possono essere continuamente reinterpretati e proiettati nel futuro. E posso farvi qualche esempio”.

L’esempio di Adriano Olivetti. “Da Adriano Olivetti impariamo quanto sia importante investire nel benessere delle persone. La fabbrica non era soltanto un luogo di produzione, ma svolgeva anche un ruolo sociale. Olivetti realizzava servizi di altissimo livello, dagli asili nido alle abitazioni per i dipendenti. Esisteva persino un dipartimento dedicato alla progettazione delle case, pensate per offrire tutti i servizi necessari a una buona qualità della vita”.
Oggi, che cosa significa costruire abitazioni dotate di tutti i servizi? Significa progettare edifici intelligenti, gli smart buildings, caratterizzati da sistemi e dispositivi ad alto contenuto tecnologico. Ma una domanda è inevitabile: come possiamo essere certi che tutti gli abitanti, comprese le persone anziane, riescano a utilizzare queste tecnologie in modo efficace? Proprio per rispondere a questa esigenza, su incarico di EuroMilano SpA, abbiamo progettato e realizzato un manuale dedicato agli abitanti dello smart district di Cascina Merlata, a Milano. Nel manuale abbiamo illustrato i quattro sistemi fondamentali della casa – luce, acqua, aria e sistema costruttivo – insieme ai numerosi servizi disponibili nel quartiere. È al tempo stesso uno strumento educativo, che orienta verso stili di vita più sani e sostenibili, e un vero e proprio toolkit per la gestione dell’abitazione, la fruizione dei servizi, la partecipazione alle attività collettive e l’organizzazione di nuove forme di collaborazione tra abitanti. Attraverso una serie di narrazioni e indicazioni pratiche, il manuale accompagna gli utenti dal micro al macro: dalla gestione della propria casa agli spazi condivisi, fino alla vita dell’intero quartiere. Abbiamo inoltre dedicato una parte specifica al tema dei comportamenti. Con il supporto di un esperto di scienze comportamentali abbiamo cercato di capire come favorire cambiamenti concreti nelle abitudini delle persone, perché modificare i comportamenti è uno degli aspetti più complessi ma anche più importanti del Design sistemico. Siamo andati a Cascina Merlata per incontrare le persone che vi abitano e proprio dall’ascolto delle loro esigenze è nato il manuale”.

progetto grafico di un libro

La mostra nata sotto il doppio muro tra Tijuana e San Diego. “Al confine tra Messico e Stati Uniti, tra Tijuana e San Diego, c’è un doppio muro costruito per ostacolare l’immigrazione clandestina. Abbiamo deciso di lavorare proprio qui sulla storia e sulla geografia dell’immigrazione, raccontandola attraverso gli oggetti abbandonati o persi dai migranti: abbiamo organizzato nel 2024 una mostra intitolata Archeologia in transito. Arriviamo quindi a narrare un’altra funzione del design: quella di essere un catalizzatore di cambiamento, un agente per migliorare anche gli aspetti sociali. Abbiamo avviato una ricerca multidisciplinare, coinvolgendo le diverse sedi del Tecnológico de Monterrey, un'università messicana presente in varie città del paese, nella quale nel 2024 sono stato per un periodo come Visiting Professor: ogni ricercatore doveva individuare almeno un oggetto usato dai migranti. Sono oggetti che raccontano tutta la sofferenza delle persone che cercano di attraversare il confine in cerca di condizioni di vita migliori, ma risultano anche particolarmente interessanti dal punto di vista del design. Da un lato testimoniano il rapporto tra forma e funzione; dall’altro mostrano come gli oggetti possano diventare strumenti di adattamento e, più in generale, come il design possa contribuire a modificare comportamenti individuali e collettivi, influenzando non solo le pratiche quotidiane dei migranti, ma anche le scelte di imprenditori, produttori e altri attori economici. Per esempio, l’oggetto numero uno è una bottiglia da quasi quattro litri d’acqua utilizzata dai migranti per attraversare il deserto di Sonora, al confine tra Messico e Stati Uniti. La bottiglia in origine era di plastica bianca: così però, in caso di controlli della polizia di frontiera, rifletteva la luce delle torce elettriche. Ne sono nate – questo è l’aspetto straordinario della vicenda – versioni annerite con il lucido da scarpe, per finire, nel 2009, con bottiglie prodotte da un imprenditore messicano direttamente in plastica nera. Abbiamo raccolto anche corde, scarpe modificate con suole applicate per non lasciare impronte identificabili, braccialetti che attestano il pagamento della quota dovuta ai trafficanti, giocattoli, immaginette sacre, coperte e numerosi oggetti ad uso femminile. Un dato significativo, che riflette un cambiamento nei flussi migratori: oggi a migrare sono soprattutto donne e bambini”.

bottiglie di plastica

Evoluzione della bottiglia d'acqua dei migranti (Jason de Leon): da sinistra, tipica bottiglia da un gallone di colore bianco opaco; una dipinta di nero; una avvolta in un sacchetto di plastica nero; una bottiglia realizzata in plastica nera (dal 2009 in poi).

Evoluzione della bottiglia d'acqua dei migranti (Jason de Leon): da sinistra, tipica bottiglia da un gallone di colore bianco opaco; una dipinta di nero; una avvolta in un sacchetto di plastica nero; una bottiglia realizzata in plastica nera (dal 2009 in poi).

scarpe

Scarpe modificate per rendere le impronte irriconoscibili. Alle suole viene applicato uno strato di stoffa tipo feltro per cancellare i pattern che rendono identificabile la suola.

Scarpe modificate per rendere le impronte irriconoscibili. Alle suole viene applicato uno strato di stoffa tipo feltro per cancellare i pattern che rendono identificabile la suola.

Lavorare su uno scarto tipico del Piemonte. “La produzione di riso, storicamente molto importante in Piemonte, genera un sottoprodotto fondamentale: la lolla, il rivestimento esterno del chicco che viene separato durante la lavorazione. Sebbene trovi già alcune applicazioni, una parte consistente di questo materiale è ancora destinata a impieghi a basso valore aggiunto. Seguendo uno dei principi del Design sistemico, che consiste nel trasformare gli scarti e i sottoprodotti in nuove risorse, abbiamo scelto di sperimentare l’impiego della lolla di riso nel settore delle costruzioni. La lolla è un materiale leggero, resistente e molto voluminoso, caratteristiche che la rendono interessante come possibile sostituto parziale degli aggregati fini normalmente impiegati nelle malte. In collaborazione con ingegneri strutturisti abbiamo avviato una serie di sperimentazioni per valutarne le prestazioni tecniche. I risultati ottenuti mostrano che, in specifiche applicazioni, questo materiale può contribuire allo sviluppo di malte alleggerite e di nuovi materiali da costruzione a base biologica, aprendo prospettive interessanti sia dal punto di vista ambientale sia da quello progettuale”.  

lolla di riso

Lolla di riso (foto: Wikimedia)

Lolla di riso (foto: Wikimedia)

Insegnare l’innovazione e comunicare la complessità

workshop

A Chiara Lorenza Remondino, responsabile del laboratorio Multimedia Lab e docente di Innovazione all’interno del Corso di laurea in Design sistemico abbiamo fatto subito una domanda apparentemente semplice: come si insegna l’innovazione?
“Insegnando a capire e rispondere alle esigenze reali delle persone”, è la risposta. “L’innovazione non è un lampo di genio improvviso — continua Remondino — ma un processo che parte dalla comprensione profonda dei territori e delle persone. Questo metodo richiede strumenti, linguaggi e la forza di team multidisciplinari dove il design dialoga con la sociologia e la gestione di progetto. A volte l’innovazione è qualcosa che magari si è già visto, ma che per quello specifico contesto risulta altamente migliorativo”.

L'innovazione sistemica, dunque, non insegue il nuovo a tutti i costi, ma quello che è migliore per un ecosistema specifico. Per comprendere davvero un territorio, non possiamo però limitarci ai dataset istituzionali. Il design sistemico, applicato ai temi dell'innovazione e della comunicazione della complessità, punta a far emergere le "geografie dell'invisibile": quegli aspetti qualitativi e percettivi — come il senso di sicurezza o la vivibilità — che sfuggono alle statistiche ufficiali. Ne fanno parte, per esempio, le "geografie dell'attesa", analizzate da Remondino nelle periferie urbane e in contesti rurali, da Chiomonte a Cuba. L'attesa viene mappata in più dimensioni: per esempio sia fisica (il ritardo dei servizi, il bus che non passa, la mancanza di connessione Wi-Fi…) sia come prospettiva di vita: i desideri, le aspirazioni e le aspettative a lungo termine di studenti, donne e persone che lavorano.

Per catturare le diverse sfumature, il gruppo di ricerca utilizza i counter-data (contro-narrazioni). Attraverso focus group e workshop di co-progettazione, si creano mappature visive che sovrappongono il vissuto reale ai numeri freddi delle istituzioni, restituendo dignità alla percezione umana. I risultati tradotti in forma visiva diventano il punto di partenza per progettare linee guida, quindi un concept e infine arrivare al progetto.

Il progetto di cooperazione internazionale Avenida Italia, a Cuba, è un esempio tangibile di come il design possa agire in contesti di crisi. In un'economia al collasso, Remondino descrive i nuovi imprenditori locali — impegnati nelle "mipime" (piccole e medie imprese focalizzate su sostenibilità e creatività) — come veri e propri "spiragli di luce".

Il progetto, sostenuto dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS) e Unioncamere Piemonte, in collaborazione con ONDi (Oficina Nacional de Diseño), l'ente statale cubano responsabile della gestione, promozione e sviluppo del design a Cuba, ha utilizzato una mappatura "multistrato" tra L'Avana e la zona rurale di Pinar del Rio. Il team ha lavorato sul campo, coinvolgendo studenti universitari, imprenditrici e imprenditori, negozianti e abitanti: l'output non è un semplice report statico, ma strumenti esplorativi come i "databook dinamici", un documento in cui tutte le informazioni raccolte vengono filtrate, selezionate, organizzate e messe in relazione per risultare immediatamente leggibili e interpretabili. Non si tratta di un semplice esercizio grafico, ma della traduzione di un problema di ricerca complesso in una forma visuale efficace e precisa, capace di comunicare nuova conoscenza.

studenti

Nella comunicazione scientifica si discute spesso della necessità di un compromesso tra esattezza e semplificazione. Il design sistemico di Remondino rifiuta questa dicotomia. La complessità non deve essere "semplificata" (rischiando di snaturarla), ma resa accessibile.

Come spiega Remondino: “Lavoriamo anche su progetti molto complessi, che rischiano di essere comprensibili solo agli esperti dello stesso settore. Studiamo il progetto, studiamo il linguaggio, studiamo il giusto strumento per veicolare il contenuto e progettiamo la comunicazione. Sia da esperti che si rivolgono ad esperti, ma soprattutto da esperti che si rivolgono a non esperti”.

dataviz

Esempio di rappresentazione grafica della complessità: lo scopo è rappresentar e mettere in relazione, rendendoli accessibili al management, i dataset che contengono quantità immense di informazioni di una compagnia del settore telecomunicazioni.

Esempio di rappresentazione grafica della complessità: lo scopo è rappresentar e mettere in relazione, rendendoli accessibili al management, i dataset che contengono quantità immense di informazioni di una compagnia del settore telecomunicazioni.

L’obiettivo è una comunicazione allocentrica (altruista), centrata sul fruitore, che non toglie informazioni, ma costruisce percorsi di senso che le rendono accessibili. Per farlo, il design attinge a strumenti multimediali: photo-viz, video-mapping e documentari, diagrammi relazionali. “Un metodo particolarmente utile anche nelle scuole, se pensiamo a quanto la comunicazione visiva possa aiutare i ragazzi: pensiamo solo alla celebre infografica di Charles Joseph Minard del 1969 sulla campagna di Russia di Napoleone, che mostra visivamente l’assottigliarsi dell’esercito per i sempre più numerosi caduti, pensiamo a come strumenti di questo tipo possano aiutare l’apprendimento”.

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Il grafico di Charles Minard del 1869 che mostra il numero di uomini nell'esercito di Napoleone durante la campagna di Russia del 1812, i loro spostamenti e le temperature incontrate lungo il percorso di ritorno. Litografia, 62 × 30 cm. (Wikimedia)

Il grafico di Charles Minard del 1869 che mostra il numero di uomini nell'esercito di Napoleone durante la campagna di Russia del 1812, i loro spostamenti e le temperature incontrate lungo il percorso di ritorno. Litografia, 62 × 30 cm. (Wikimedia)

Conclude Remondino: “Il valore anche umano di questo approccio è emerso con forza durante una presentazione all’ADI Design Museum di Milano, quando una studentessa mi ha ringraziata: per la prima volta, grazie a quel metodo visivo di organizzazione delle informazioni, non si era sentita "diversa" nonostante la sua dislessia. Il design, qui, non è solo comunicazione: è uno strumento di inclusione che permette a ogni mente di esplorare la conoscenza secondo i propri ritmi”.

kit dataviz

Fare qualcosa di creativo non significa soltanto avere originalità ma creare qualcosa di concreto, tangibile, efficace. Insomma, fare innovazione.

- Sergio Degiacomi Garbero -

Sergio Degiacomi Barbero, ricercatore

Sergio Degiacomi Barbero, ricercatore