Valorizzare il patrimonio: come il passato ci proietta nel futuro

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Chi di noi, oggi, non ha capito che la chiave della sostenibilità è il riuso? Chi non getta il vasetto vuoto della marmellata o dello yogurt nel contenitore giusto per il riciclo? Ma quello che è vero e lampante per il vetro, per la plastica, per i metalli… anche se non sempre ci si pensa, vale anche in campo architettonico, urbanistico e paesaggistico.

Sostenibilità, prima ancora che ricorrere a soluzioni efficienti dal punto di vista energetico, significa infatti fare tesoro di ciò che già esiste, e che con il tempo magari è andato in disuso: ovvero conservare e valorizzare il patrimonio che abbiamo ereditato dal passato, più o meno lontano. Evitando così anche di consumare nuovo suolo.

Un valore molto più ampio di quello soltanto ecologico: significa infatti anche salvaguardare e recuperare preziose eredità di saperi, tradizioni, metodi e tecniche, costruttive e non solo, che possono darci suggerimenti per il futuro, aprendo nuove strade in campo non solo architettonico, ma anche urbanistico e sociale.

Grazie alla partecipazione a una serie di realizzazioni molto importanti nel campo del restauro, dell’archeologia industriale e del paesaggio, il Politecnico di Torino ha acquistato molta esperienza ed autorevolezza nel campo della valorizzazione del patrimonio architettonico, a 360 gradi, tanto da essere chiamato a realizzare interventi non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

Come ci spiega Michele Bonino, direttore del Dipartimento di Architettura e design (DAD) del Politecnico: “L’attenzione costante alla sostenibilità, insieme all’esperienza di ricerca e didattica maturata in questo campo, ha portato il Politecnico di Torino a dedicare a restauro, recupero e riuso la parte prevalente della sua attività in ambito architettonico e paesaggistico, partecipando a un’ampia valorizzazione del patrimonio che dal territorio piemontese si è estesa al territorio nazionale e oggi a tutto il mondo”.

Ma che cosa si intende per patrimonio?

Ci dà qualche spunto di riflessione Andrea Bocco, direttore del Dipartimento di Scienze, progetto e politiche del territorio (DIST) del Politecnico: “Da tempo le convenzioni internazionali che parlano di patrimonio hanno acquisito la consapevolezza che non ci riferiamo più soltanto ai grandi monumenti antichi, oggetto di tutela nella fase, diciamo, pionieristica della conservazione, a cavallo tra fine 800 e inizio 900. Da decenni si considera anche il cosiddetto patrimonio minore, se parliamo di edifici; ma l’UNESCO non ha problemi a riconoscere come patrimonio anche un cibo o una danza. La questione non è l’oggetto, ma il modo in cui l’oggetto acquisisce un valore sociale e culturale per un gruppo di persone. Può essere concepito in termini di patrimonio anche una consistente fetta di ciò che ci circonda: l’intero quartiere, l’intero insediamento, il paesaggio, ma anche le tecniche e i materiali che portano alla realizzazione di quell’oggetto. Perché è impensabile un intervento sul patrimonio costruito, monumentale o meno, che non parta da una conoscenza approfondita di questo patrimonio e che non sia rispettosa nei confronti del patrimonio stesso, anche nella sua materialità”.

Conservazione e valorizzazione del patrimonio a Torino

Antica mappa di Torino, Wikipedia

Antica mappa di Torino, Wikipedia

Sul territorio torinese e circostante sono state attuate nel giro di qualche decennio realizzazioni molto significative sulla valorizzazione del patrimonio, che per semplicità si possono raggruppare in tre grandi serie.

La via del restauro

Il restauro monumentale delle residenze reali sabaude, la cosiddetta “corona di delizie”, palazzi e giardini che circondano la città di Torino, un tempo appartenenti alla famiglia reale e oggi restituiti in varie forme alla fruizione pubblica, come centri culturali, universitari, museali o spazi per il tempo libero.

Una rete di interventi di archeologia industriale e rigenerazione urbana realizzati sugli edifici industriali dismessi situati a Torino e Ivrea, trasformati in centri per attività culturali, sociali e sportive: dall’iconica ex sede Fiat del Lingotto alle Officine grandi riparazioni (OGR) di Torino, passando per il Parco Dora, con la sua grande piazza coperta, sorto sulle ceneri delle ex-ferriere Fiat, fino alla sede dell’Olivetti di Ivrea, per citarne solo alcuni.

La valorizzazione del paesaggio vitivinicolo di Langhe-Roero e Monferrato e il rilancio della cultura legata alla produzione vinicola.

Questi interventi fortemente multidisciplinari, cui il Politecnico di Torino ha spesso collaborato con studi e ricerche affiancandosi a istituzioni, soprintendenze, professionisti e a un’eccellenza come il Centro conservazione e restauro “La Venaria Reale”, hanno portato all’inclusione nell’elenco Unesco “Patrimonio mondiale dell'umanità” di numerosi siti interessati.

L’azione del Politecnico si è estesa a livello nazionale e internazionale

Dall’area di Torino, l’attività del Politecnico si è allargata al territorio nazionale e internazionale.

Racconta ancora Bonino: “Questa triplice azione di valorizzazione del patrimonio – su edifici monumentali, sul paesaggio extraurbano e sulla rigenerazione urbana di aree industriali dismesse – è stata molto intensa, se consideriamo che tutti gli interventi citati si concentrano all’interno di un territorio – da Ivrea alle Langhe – non più vasto della città di Pechino: una città che non cito a caso, perché proprio in Cina la qualità del recupero del patrimonio in area torinese ha attirato grande attenzione, portando a scambi sempre più intensi tra Politecnico e università ed enti cinesi. Questi sono culminati con l’affidamento al Politecnico del progetto del Visitor Center del sito olimpico di Shougang, per le Olimpiadi di Pechino 2022, ricavato attraverso la riqualificazione di una acciaieria in disuso che sorgeva alla periferia della città. Il nostro Ateneo è stata l’unica realtà non cinese invitata a partecipare alla progettazione di spazi destinati ai XXIV Giochi olimpici invernali”.                 

Ma la Cina è solo uno dei tanti esempi: anche in Giappone, in Africa, in Uzbekistan e in America Latina ci sono scambi e/o si sono aperti cantieri, dove il Politecnico, in collaborazione con gli enti e i gruppi di ricerca locali, ha avviato attività di ricerca e di progettazione che vanno nel senso della conservazione e valorizzazione del patrimonio esistente, adattandosi a contesti culturali anche molto diversi.

Con l’aiuto di Michele Bonino, di Andrea Bocco, e di Loris Servillo, coordinatore del centro interdipartimentale Future Urban Legacy Lab (FULL), abbiamo identificato alcune realizzazioni che – senza alcuna pretesa di esaurire l’argomento – possono aiutare a cogliere alcuni aspetti significativi dell’ampia attività del Politecnico in questo campo e incoraggiare a esplorarlo attraverso le risorse disponibili anche online. 

Il “Parco Dora” di Shougang: il visitor center del sito olimpico di Beijing 2022

Visitor Center di Shougang

Visitor Center di Shougang

Visitor Center di Shougang

Il progetto del Visitor Center di Shougang è stato condotto dal Dipartimento di Architettura e design (DAD), con la consulenza del DISEG e del DENERG. La realizzazione è stata portata a termine in collaborazione con la Tsinghua University di Pechino e con il suo Design Institute (THAD, TeamMinus).

Il sito di Shougang era stato, fino al 2005, la sede della più grande acciaieria di stato della Cina: occupava oltre 9 milioni di metri quadrati alle porte di Pechino. In seguito è stato dismesso per ridurre l’inquinamento atmosferico nella capitale.

Scambi tra Politecnico e Cina che durano da vent’anni

Racconta Bonino: “Il Politecnico di Torino ha un forte rapporto di scambi culturali con la Cina da più di vent’anni, e la comunità studentesca cinese che frequenta il Politecnico conta un migliaio di persone. Lo scambio con un Paese, come la Cina, in una fase dal punto di vista dell’architettura estremamente diversa dalla nostra ha un grande interesse scientifico. Ho insegnato per due semestri alla Tsinghua University di Pechino, una delle prime 15 università al mondo, proponendo tra l’altro lezioni e casi di studio sul recupero industriale, uno dei miei campi di ricerca. Esempi torinesi di recupero industriale, come il Lingotto o il parco Dora, con la sua grande tettoia a doppia falda, sono noti e pubblicati in Cina. Nel 2008 un workshop ha coinvolto studenti delle due università nella produzione di idee e visioni per il riuso delle strutture olimpiche di Pechino 2008: un precedente sicuramente importante per gli svolgimenti successivi. Ma l’interesse per il tema del riuso degli edifici industriali esplode nel 2016, quando alla Cina è assegnata l’organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2022: e rispetto alle Olimpiadi precedenti questa volta il paese decide di cambiare strada”.

Nell’organizzare le Olimpiadi del 2008, il governo cinese aveva puntato tutto sul nuovo: grandi costruzioni, edifici firmati da architetti famosi. In occasione delle Olimpiadi del 2022, la Cina lancia un messaggio completamente diverso, presentandosi come paese attento alla sostenibilità e quindi volto al riutilizzo di edifici preesistenti, anche nell’ottica di evitare il consumo di suolo.

Come spiega Bonino, c’erano stati dei precedenti diretti: “Nel 2016 abbiamo organizzato a Torino un evento in occasione dei dieci anni dalle Olimpiadi invernali di Torino, invitando il Comitato Olimpico cinese, oltre alla Tsinghua University. Della delegazione cinese faceva parte anche il professor Zhang Li, oggi preside della Scuola di Architettura della Tsinghua, che avrebbe avuto in carico il coordinamento progettuale del masterplan olimpico. Noi avevamo pensato di portarli a vedere soprattutto gli impianti olimpionici siti in montagna, visto che erano candidati a organizzare le Olimpiadi invernali. Invece ci chiesero di visitare i grandi interventi cittadini di recupero industriale: Lingotto, Parco Dora, OGR… il motivo l’abbiamo capito solo dopo, quando abbiamo visto come intendevano muoversi: riutilizzando per i Giochi edifici dismessi”.

Realizzazione del Visitor Center:
la sfida della doppia funzione

“Il Visitor Center doveva riutilizzare il grande spazio della Oxygen Factory, all’interno dell’acciaieria dismessa di Shougang, e doveva ospitare due funzioni molto diverse: da una parte una grande piazza coperta aperta al pubblico, immaginata proprio sull’esempio del parco Dora di Torino, dall’altra però anche 10.000 metri quadrati di uffici. Abbiamo affrontato questa sfida creando un grande edificio sospeso: è stato mantenuto lo scheletro strutturale della vecchia fabbrica e, al suo interno, è stato realizzato un nuovo volume di acciaio e vetro pensato per rimanere sospeso da terra. Grazie a una soluzione strutturale innovativa studiata da ingegnere e ingegneri di PoliTO, questo lascia il piano terreno quasi libero da appoggi, creando una piazza pubblica coperta, che i committenti cinesi hanno ribattezzato “il parco Dora di Shougang”. L’idea era che le persone, frequentando la piazza, che ha una pavimentazione sintetica liscia, fossero incoraggiate a praticare attività sportiva. Oltre la copertura, abbiamo infine progettato dei punti panoramici, purtroppo mai realizzati, da cui sarebbe stato possibile osservare le gare di Big Air, spettacolare disciplina sciistica”.

Una richiesta importante che è arrivata dai committenti cinesi è stata la grande attenzione data alle riprese televisive: “Uno dei vincoli più persistenti che ci erano stati indicati riguardava le riprese: partecipavano alle riunioni rappresentanti della televisione cinese, che ci indicavano le parti che si sarebbero viste di più e di meno dell’edificio. Non ci era mai successo di occuparci di un edificio pensando a come si vede in televisione, però, calcolando quante persone hanno visto le Olimpiadi dal vivo e quante in televisione era un’attenzione estremamente rilevante. Tutto il mondo ha visto il trampolino per gli sci e sullo sfondo si vedeva proprio questo edificio: era quindi stata intelligente la richiesta di calibrare le altezze e l’aspetto tenendo conto delle riprese televisive, anche se per un architetto è un vincolo abbastanza strano”.

A Cartagena, in Colombia: valorizzare il patrimonio per sostenere l’economia

Fortificazioni di Cartagena progettate dall'ingegnere italiano Bautista Antonelli

Fortificazioni di Cartagena progettate dall'ingegnere italiano Bautista Antonelli

A Cartagena, città colombiana patrimonio mondiale UNESCO dal 1984, il Politecnico segue un importante progetto di restauro e valorizzazione delle mura che cingono il centro storico finanziato con tre milioni di euro del Ministero degli esteri italiano, nell’ambito della Cooperazione allo sviluppo.

Trasferire conoscenze e una visione strategica

L’iniziativa è coordinata dalla professoressa Annalisa Dameri e dal professor Paolo Mellano del Dipartimento di Architettura e design (DAD), già impegnati da oltre dieci anni in una collaborazione con l’università e gli enti locali, che ha portato a una notevole radicazione sul territorio.
Il progetto, volto a trasferire conoscenze e visione strategica nella salvaguardia del patrimonio architettonico, si concentra sulla conservazione e valorizzazione degli elementi più significativi del centro storico della città caraibica: prevede il restauro di alcuni apparati decorativi all'interno della Cattedrale di Santa Catalina de Alejandría; la valorizzazione delle imponenti mura di difesa lunghe 11 chilometri e spesse fino a quattro metri; la riqualificazione di spazi pubblici e percorsi storici, tra cui l’area di collegamento fra i bastioni di San Ignacio e San Francisco Javier. Saranno inoltre interessati dai lavori il Bastione di Santo Domingo e il Baluarte di Santa Catalina.

Una parte del progetto, spiega Bonino, vuole ridare continuità al percorso delle mura: “Sono mura molto belle, progettate nel XVI secolo dall’ingegnere italiano Bautista Antonelli, che, nel tempo, sono state aperte in alcuni punti per far passare il traffico: in questi casi il progetto prevede la creazione di passerelle e risalite, che consentano di superare i viali che escono dalla città attraversando le mura. Via via si innesteranno quindi una serie di interventi di valorizzazione, sulle mura ma anche su alcuni edifici del centro, in collaborazione tra il gruppo PoliTO, l’Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo (AICS), l'università locale e alcune associazioni: si punta proprio a lasciare un metodo, una sensibilità, che poi prosegua anche oltre la fine del progetto”.

Disegni originali di Battista Antonelli del 1594, pianta della città di Cartagena de Indias e delle sue fortificazioni (Portal de Archivos Españoles, 1671)

Disegni originali di Battista Antonelli del 1594, pianta della città di Cartagena de Indias e delle sue fortificazioni (Portal de Archivos Españoles, 1671)

Promuovere un turismo sostenibile

Accanto agli interventi di recupero architettonico, il progetto punta a rafforzare l’economia locale e a promuovere un modello di turismo sostenibile e inclusivo, rendendo le mura accessibili anche alle persone con disabilità. 

Raccontano Dameri e Mellano: “A Cartagena si realizza la cucitura progressiva di tanti piccoli interventi architettonici, che si accompagnano anche a interventi di sensibilizzazione riguardo alla valorizzazione turistica del patrimonio, attraverso un’attività di formazione rivolta alle associazioni locali. È un approccio multidisciplinare, che contribuisce a una visione più sostenibile di quel centro storico, perché si apra a un turismo non come oggetto di puro consumo, meta di folle che arrivano e vanno, ma come presenza in grado di diventare motore di economie locali”.

Ad Addis Abeba: un museo per valorizzare la cultura locale

Progetto di recupero architettonico del Palazzo Genete Leul, Politecnico di Torino

Progetto di recupero architettonico del Palazzo Genete Leul, Politecnico di Torino

Progetto di recupero architettonico del Palazzo Genete Leul, Politecnico di Torino

Ad Addis Abeba, in Etiopia, il Politecnico di Torino è capofila di un progetto internazionale per il restauro e la valorizzazione del patrimonio storico e culturale dell’Università di Addis Abeba, finanziato dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS) e affidato dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (MAECI).

Il progetto prevede innanzitutto il recupero architettonico del Palazzo Genete Leul, un edificio storico degli anni Trenta oggi sede del Museo etnografico, considerato uno dei primi esempi di architettura moderna di Addis Abeba. È stata avviata una riflessione sul miglioramento della funzione museale del Palazzo, con l’obiettivo di trasformarlo da semplice luogo di conservazione di reperti a punto di riferimento per la vita del campus universitario.
La fase iniziale ha compreso sopralluoghi, analisi storiche e tecniche per comprendere la consistenza strutturale e la condizione dell’edificio, e incontri con gli enti locali per definire gli interventi a breve, medio e lungo termine.

Inaugurare il museo e affidarlo ai professionisti locali

Obiettivi principali del progetto sono:

  • preservare la struttura storica;
  • modernizzare e rilanciare il museo rendendolo luogo dinamico per la comunità universitaria e la città;
  • promuovere la formazione di professionisti etiopi nelle tecniche di restauro e allestimento museale.

In parallelo, è prevista anche la riqualificazione di spazi didattici come la sala Sergio Leone nell’Allè School of Fine Arts and Design, per supportare attività accademiche legate alle arti visive.

Commenta Francesca De Filippi, vice-rettrice aggregata per la Cooperazione internazionale e docente del Dipartimento di Architettura e design (DAD), nonché co-responsabile del progetto: “Ad Addis Abeba di fatto si rinnova e si completa uno dei musei più importanti dell'Etiopia: un progetto prestigioso, che condurrà alla realizzazione – e successiva curatela da parte di professionisti locali – di un museo dotato di standard avanzati. Il Politecnico, in collaborazione con il Centro conservazione e restauro de La Venaria Reale e l’Università degli studi di Torino, attuerà infatti attività di formazione in loco durante tutto il corso del progetto, componente fondamentale per il successo dell'iniziativa”.

Rovine di Cerveteri: anche la vegetazione entra a far parte del patrimonio da tutelare

Veduta della necropoli della Banditaccia

Veduta della necropoli della Banditaccia

La Necropoli della Banditaccia, sita nel Parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia (città metropolitana di Roma) è una delle più grandi necropoli del mondo antico: si estende su una superficie di circa 200 ettari e comprende centinaia di tumuli circolari ed edifici di ulteriore tipologia, nei quali vi sono tombe etrusche che si riferiscono ad un arco temporale molto ampio, dall’VIII al II sec. a.C.

Nella Necropoli della Banditaccia il Dipartimento di Architettura e design (DAD) del Politecnico ha condotto un ambizioso programma di ricerca che unisce teoria, innovazione e sperimentazione sul campo: il progetto è denominato Co.R.A.Ve. – Conservazione dei ruderi archeologici nei contesti vegetali.

Tutelare sia le architetture sia la vegetazione

Come sottolinea Michele Bonino nella prefazione del volume Ruderi e vegetazione Sperimentazioni di restauro archeologico alla Necropoli della Banditaccia di Cerveteri (E. Morezzi, T. Vagnarelli, L. Borgioli, Quasar Edizioni, Roma, 2025), il progetto Co.R.A.Ve. affronta una delle principali sfide del restauro archeologico: la conservazione dei ruderi in contesti naturali, dove l’equilibrio tra manufatti e vegetazione è essenziale per la tutela e la valorizzazione del paesaggio. Nella Necropoli della Banditaccia, patrimonio UNESCO dal 2004, questo rapporto ha generato un paesaggio in cui natura e architettura si intrecciano, rendendo necessarie strategie di intervento innovative. Il progetto ha quindi sviluppato e sperimentato metodologie conservative compatibili con l’ecosistema del sito, pensate anche per essere applicate in altri contesti archeologici caratterizzati dalla presenza di vegetazione spontanea.

Spiega Emanuele Morezzi, docente di restauro e responsabile del progetto: “Con questo progetto in un certo senso invertiamo una tendenza, che vedeva la vegetazione esclusivamente come infestante rispetto agli scavi. Dal punto di vista della conservazione la vegetazione e le rovine archeologiche sono state a lungo incompatibili, perché il verde tende a rendere umide e deteriorare le rovine. Questa ricerca ha voluto puntare prima di tutto su una maggiore presa di coscienza dell’esistenza di un paesaggio congiunto, risultato sia di aspetti naturali sia costruiti. Sono state quindi sviluppate una serie di tecniche, di prodotti, di sperimentazioni che permettono al materiale delle rovine di coesistere al meglio con la vegetazione, non di soffrirne, ma di accoglierla. Una sperimentazione che apre a un nuovo modo di vedere le rovine architettoniche archeologiche, in cui l’elemento naturale diventa un fattore importante. Del resto, quando una rovina diventa tale, la prima cosa che arriva è proprio la natura, ancora prima del turismo e della ricerca”.

Necropoli della Banditaccia

Necropoli della Banditaccia

Necropoli della Banditaccia

Necropoli della Banditaccia

Necropoli della Banditaccia

Necropoli della Banditaccia

Necropoli della Banditaccia

Necropoli della Banditaccia

Necropoli della Banditaccia

Rivitalizzazione del patrimonio costruttivo minore: il caso della Val d’Ossola

Gruppo studentesco/di ricerca del Politecnico dedicato al recupero e alla ri-funzionalizzazione di edifici in pietra

Gruppo studentesco/di ricerca del Politecnico dedicato al recupero e alla ri-funzionalizzazione di edifici in pietra

Un esempio significativo di intervento sul patrimonio minore è la collaborazione del Politecnico con la Fondazione Canova in Val d’Ossola, focalizzata sul recupero delle tradizionali case in pietra con tetti in "piode", ovvero lastre di pietra usate come tegole.

Come spiega Andrea Bocco: “Le operazioni di tutela e riqualificazione del patrimonio in contesti marginali, per esempio in contesti montani, possono avere un ruolo di rivitalizzazione socioeconomica e creazione di opportunità per le comunità locali. In Ossola è stato svolto un lavoro capillare, con gruppi di studenti che sono andati a imparare sul campo le tecniche costruttive tradizionali. A mano a mano che il numero di edifici recuperati è aumentato, ha generato consapevolezza anche nella società civile”.

Coniugare le tecniche tradizionali con le esigenze energetiche attuali

Una sfida importante è coniugare il rispetto delle tecniche costruttive originali con le prestazioni energetiche richieste oggi. Spiega Bocco: “Nelle nuove generazioni c’è molto interesse per recuperare questo patrimonio architettonico, però contemporaneamente si vogliono soluzioni sostenibili dal punto di vista ambientale: nessuno vuole vivere in un edificio che è un colabrodo dal punto di vista energetico. Quindi bisogna studiare come superare i conflitti che talvolta esistono tra le norme di protezione del patrimonio e quelle sulle prestazioni energetiche. Bisogna sviluppare soluzioni tecniche adattate allo specifico contesto: sia sistemi di produzione del calore sia cappotti isolanti, che però devono essere situati all’interno, perché dall’esterno si rovinerebbe l’aspetto della costruzione in pietra. Questo approccio va trasmesso tanto agli attuali tecnici e professionisti quanto ai progettisti di domani. Da una dozzina di anni portiamo i nostri studenti in Val d’Ossola, ed è un progetto molto formativo”.

Al Politecnico di Torino crediamo che il futuro di città e territori non dipenda solo dall'espansione ma anche dal modo di intervenire in maniera consapevole sull'ambiente costruito.

- Caterina Barioglio -

Caterina Barioglio, ricercatrice

Caterina Barioglio, ricercatrice

Il Centro interdipartimentale FULL:
Future Urban Legacy Lab

Parlando di patrimonio non si può non parlare di FULL, il centro di ricerca interdipartimentale del Politecnico la cui missione fondamentale, come dice l'acronimo, è proprio ragionare sulle prospettive future partendo dal patrimonio esistente. FULL raccoglie le competenze di sette dipartimenti del Politecnico, DADDAUINDENERGDETDIATIDIGEPDIST, posizionandosi come un attore chiave nell'analisi e nella progettazione di soluzioni innovative per le sfide territoriali contemporanee. Il riuso del patrimonio si configura infatti come una sfida intrinsecamente interdisciplinare, cruciale per il futuro e mandato primario per un'università politecnica.

Loris Servillo, coordinatore del centro, ci spiega l'approccio seguito: “Operiamo in un quadro in cui associamo le dimensioni valoriali che stanno dentro il principio delle tre grandi transizioni: di solito quando parliamo di transizione parliamo di quella ecologica e digitale. La questione che noi vogliamo associare sempre è anche la dimensione della transizione giusta, intesa come equità sociale e riequilibrio territoriale. Non è un caso che abbiamo tutta un'area di lavoro dedicata alle aree interne, alle aree montane, alle aree fragili”.

Tre progetti esemplificano l’attività di FULL

Recoding Un'iniziativa focalizzata sul riutilizzo del patrimonio dismesso, che ha messo in luce la rigidità delle normative urbanistiche vigenti e ha contribuito a informare le nuove politiche della Città di Torino sugli usi temporanei.

Povertà Energetica ("Poveri Noi") Una ricerca interdisciplinare nata "dal basso" che ha analizzato l'impatto dei costi energetici sulle famiglie in edilizia pubblica (ATC), proponendo soluzioni concrete a diverse scale, dall'efficienza domestica a interventi architettonici radicali.

Castel del Giudice Un intervento di rigenerazione fisica e sociale in un piccolo borgo molisano, finanziato dal PNRR. Il progetto, un vero e proprio laboratorio per il neopopolamento delle aree interne, ha visto il Politecnico progettare infrastrutture sociali chiave (senior social housing, forno di comunità) per invertire lo spopolamento del villaggio di Castel del Giudice.