L’acqua, la nostra risorsa fondamentale, è oggi sotto pressione: sono molti i fattori che ne pregiudicano la disponibilità, non solo dal punto di vista della quantità, ma anche della qualità. Il Politecnico di Torino affronta queste sfide con un approccio interdisciplinare e con tecnologie avanzate, che guardano anche oltre la Terra: spaziando da sistemi innovativi per la gestione delle falde idriche più profonde a metodi per la depurazione dell’acqua estratta dal suolo lunare.
Ci aiuta a inquadrare il tema Rajandrea Sethi, coordinatore del centro interdipartimentale Clean Water Center (CWC) del Politecnico di Torino e docente di Ingegneria sanitaria ambientale: “L’acqua è vita, nel senso più letterale: è il solvente in cui avvengono tutte le reazioni biologiche, è componente essenziale di ogni organismo, è anche il mezzo attraverso cui le civiltà si sono sviluppate. Le Nazioni Unite l’hanno riconosciuta come diritto umano fondamentale nel 2010, eppure oggi oltre due miliardi di persone nel mondo non hanno accesso ad acqua potabile sicura, e circa tre miliardi e mezzo non dispongono di servizi igienico-sanitari adeguati”.
Una risorsa tanto essenziale quanto fragile. La sicurezza dell’acqua è oggi messa a repentaglio da una serie di fattori, che si intersecano e influenzano reciprocamente: “I cambiamenti climatici alterano le precipitazioni e intensificano siccità e alluvioni, la crescita demografica ed economica amplifica la domanda, l’inquinamento degrada la qualità delle risorse disponibili, mentre l’industria alimentare ed energetica ne consuma quantità enormi. Non si tratta di un problema lontano da noi: nel 2022, il 34% del territorio dell’Unione Europea ha attraversato un periodo di crisi idrica. E non si tratta di scenari futuri: è già il presente”.
Per fare fronte a queste sfide il Politecnico mette in campo competenze multi e interdisciplinari. Spiega ancora Sethi: “Un nesso fondamentale, intorno a cui ruota la nostra ricerca, è quello tra acqua ed energia, un ambito di studio importante nel nostro centro interdipartimentale, che coinvolge competenze diversificate. Non solo per produrre acqua pulita serve energia – la desalinizzazione in particolare è un processo molto energivoro – ma anche la produzione di energia richiede molto spesso acqua: al Politecnico affrontiamo tutta la catena di processi di depurazione, dall’inizio alla fine, dalla gestione di falde profonde fino ai sistemi innovativi di purificazione e riutilizzo dell’acqua nello spazio”.
Conferma Elio Chiavazzo, docente di Fisica tecnica industriale del Dipartimento Energia “Galileo Ferraris” (DENERG), tra i dipartimenti afferenti al centro, che coordina l’infrastruttura SMALL: “Le tematiche dell’acqua e quelle energetiche sono strettamente connesse: non a caso nella letteratura scientifica si parla di water-energy nexus, e una parte sostanziale della nostra ricerca è trovare pratiche che ottimizzino entrambe le componenti, in particolare con sistemi basati sullo sfruttamento dell’energia di scarto, in un’ottica di sostenibilità”.
In questo contesto, come sottolinea Costantino Manes, docente di Idraulica al Dipartimento di Ingegneria dell’ambiente, del territorio e delle infrastrutture (DIATI), che pure partecipa al CWC, la ricerca si muove lungo due binari paralleli, ma legati tra loro: “Da un lato, la necessità di purificare la risorsa acqua da minacce anche invisibili e da contaminanti emergenti; dall’altro, l’imperativo di proteggere le infrastrutture e gli ecosistemi dalle forzanti idrauliche, rese sempre più imprevedibili dal cambiamento climatico”.
Studiare l’acqua a 360°
Spiega ancora Sethi: “Una parte importante delle nostre attività è volta a migliorare la qualità dell’acqua, ed è quindi concentrata sul problema delle sostanze inquinanti, in particolare dei contaminanti emergenti, la cui pericolosità è emersa in tempi relativamente recenti”.
Si parla di composti farmaceutici, pesticidi, microplastiche e microfibre, e soprattutto dei famigerati PFAS, inquinanti, tra cui figurano sostanze cancerogene e interferenti endocrini, caratterizzati da un’estrema persistenza nel tempo e presenti in moltissimi prodotti di uso quotidiano, dalle giacche impermeabili alle padelle antiaderenti. Al termine del loro ciclo di vita, queste sostanze possono disperdersi nell’ambiente e raggiungere le falde idriche. Come racconta Sethi: “Gli obiettivi della ricerca sono comprendere il comportamento nell'ambiente e l'impatto sanitario di questi contaminanti, studiare i processi di accumulo negli organismi viventi, sviluppare tecnologie per la loro rimozione e degradazione, e garantire la sicurezza delle acque”.
Ma questo è uno solo dei tanti campi di ricerca affrontati: il Clean Water Center – e più in generale la ricerca sull’acqua svolta al Politecnico – costituisce un intero ecosistema scientifico che riunisce dipartimenti e competenze di ingegneria chimica, dei materiali, ambientale, energetica, idraulica, elettronica e delle scienze di base, per sviluppare tecnologie innovative per garantire acqua di qualità e in quantità sufficiente. ’’
Ecco alcune delle aree di ricerca più importanti al CWC indicate da Sethi.
- Rimozione degli inquinanti. Si studiano sia processi a membrana avanzati, uno dei principali settori di competenza del CWC, che consistono in sistemi per filtrare l’acqua rimuovendone le sostanze inquinanti in modo efficace dal punto di vista ambientale ed efficiente dal punto di vista energetico; sia processi di ossidazione avanzata, utili per agire contro inquinanti particolarmente difficili da rimuovere con altri approcci.
- Dinamica dei fluidi. La ricerca ha l’obiettivo di comprendere la fisica soggiacente il comportamento dell’acqua nei sistemi naturali e industriali. Da un lato studia gli ambienti naturali, come fiumi e mari per proteggere infrastrutture e aree costiere da eventi estremi. Dall’altro si occupa della progettazione di impianti industriali, inclusi quelli dedicati all’abbattimento degli inquinanti.
- Dispositivi di monitoraggio. Si studiano e progettano sistemi in grado di monitorare diversi parametri dell’acqua, tra cui il livello di inquinamento, anche direttamente nei sistemi acquiferi, in tempo reale e fino a grandi profondità, anche dell’ordine di 200 metri, attraverso approcci sofisticati come la spettroscopia Raman.
- Studio delle falde idriche. Le ricerche si concentrano su due aspetti principali. Il primo riguarda la bonifica delle acque sotterranee contaminate, attraverso tecniche innovative che possono essere applicate direttamente in falda, anche mediante l’impiego di nanomateriali. Il secondo riguarda la ricarica controllata degli acquiferi, cioè l’immissione di acqua nel sottosuolo per aumentare le riserve disponibili e migliorarne la qualità, soprattutto nei periodi in cui i sistemi idrici sono sottoposti a maggiore stress.
- Sistemi di geotermia a bassa entalpia. Questa tecnologia sfrutta la temperatura relativamente stabile del sottosuolo e delle acque sotterranee, che può essere utilizzata come fonte o serbatoio di calore. Attraverso pompe di calore, anche differenze di temperatura modeste rispetto all’ambiente esterno possono essere impiegate per riscaldare o raffrescare gli edifici in modo estremamente efficiente. Le prestazioni di questi sistemi dipendono dalle caratteristiche del sottosuolo e, in particolare, dalla presenza e dal movimento dell’acqua sotterranea, che può contribuire allo scambio termico e aumentare l’efficacia dell’impianto.
Acqua nello spazio
In collaborazione con Thales Alenia Space Italia, il Clean Water Center lavora su due sfide legate all’esplorazione spaziale. Ce ne parla Alberto Tiraferri, docente di Ingegneria sanitaria e ambientale.
Acqua in uso nelle stazioni orbitanti. “Nelle stazioni orbitanti, ogni grammo conta: letteralmente, dato che lanciare un chilo nello spazio costa circa diecimila euro. I sistemi di riciclo dell’acqua a bordo della stazione trattano urina e acqua di condensazione (sudore e traspirazione) per ricavarne acqua potabile. Esistono già sistemi che funzionano, ma sono pesanti e complessi. Il nostro gruppo sta ottimizzando sperimentalmente e attraverso modelli il sistema in uso sulla stazione spaziale europea, sostituendo componenti e processi per ridurre peso e aumentare la resa, avvicinandosi al massimo recupero possibile”.
Acqua estratta dal suolo della Luna. “Il suolo di alcune zone della Luna, la regolite, contiene acqua ghiacciata e contaminanti volatili. Estratta e ricondensata, l’acqua dovrebbe essere purificata prima di essere utilizzata. Tra i contaminanti più problematici c’è il metanolo: molecola piccola, affine all’acqua, difficile da separare. Tecniche di ossidazione avanzata sono in studio per degradarlo, senza produrre sottoprodotti tossici”. Un problema chimico-ingegneristico che oggi si affronta in laboratorio a Torino, in attesa che qualcuno sul nostro satellite naturale ne abbia effettivamente bisogno.
TIP FRESH: il risparmio dell’acqua è in tavola
Premiato nel 2025 con un prestigioso grant ERC, il progetto TIP FRESH coordinato da Marta Tuninetti, ricercatrice del Dipartimento di Ingegneria dell’ambiente, del territorio e delle infrastrutture (DIATI), affronta la crisi delle risorse idriche, studiando come favorire la transizione verso sistemi alimentari che comportino un minore impiego di acqua.
- Si fonda sul concetto di punti di svolta sociali (Social Tipping Points): l’idea è che cambiamenti nelle abitudini alimentari individuali e collettive, orientati verso diete caratterizzate da un minore consumo di acqua, possano diffondersi nella società e generare effetti a catena sui sistemi produttivi e sulle reti commerciali globali, riducendo così la pressione sulle risorse idriche.
- Il progetto integra diversi approcci disciplinari: strumenti matematici per analizzare l’evoluzione dei modelli alimentari e identificare le dinamiche di cambiamento sociale; modelli idrologici per valutare gli impatti delle diete sulle risorse d’acqua, compresi gli effetti della deforestazione legata agli allevamenti; e modelli dinamici del comportamento umano per studiare come le diete sostenibili possano diffondersi dalle nicchie sociali fino a diventare pratiche dominanti.
- Il progetto contribuisce al raggiungimento dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile 6 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, dedicato all’acqua pulita e ai servizi igienico-sanitari.
Depurare l’acqua utilizzando il sole o il calore di scarto
Riutilizzare l’acqua è fondamentale per la sostenibilità, ed è cruciale farlo con sistemi sostenibili dal punto di vista energetico: per esempio perché non utilizzano energia elettrica.
MELODIZER: da applicazioni industriali a kit per le emergenze umanitarie
I processi convenzionali di dissalazione e trattamento dell’acqua, come l’osmosi inversa, richiedono grandi quantità di energia elettrica e pesano sull’ambiente. Il progetto europeo MELODIZER — coordinato da Alberto Tiraferri, docente di Ingegneria sanitaria ambientale del DIATI, insieme a Matteo Fasano, docente di Fisica tecnica industriale del DENERG — punta a trattare l’acqua utilizzando energia di scarto, ovvero il calore emesso durante le lavorazioni industriali, che ha una temperatura troppo bassa per un utilizzo convenzionale, come per esempio per produrre elettricità.
Spiega Tiraferri: “MELODIZER utilizza una tecnologia di distillazione a membrana: invece di spingere l’acqua attraverso un filtro usando la pressione (come avviene nell’osmosi inversa), si sfrutta una differenza di temperatura. Il lato caldo della membrana contiene l’acqua da trattare: riscaldandola tra i 45 e i 65 gradi, se ne favorisce l’evaporazione. I contaminanti, come sali, farmaci e metalli pesanti non evaporano, mentre il vapore d’acqua puro attraversa la membrana e condensa sul lato freddo, producendo acqua distillata”.
Il grande vantaggio è che cinquanta o sessanta gradi sono proprio le temperature tipiche dei flussi termici di scarto di quasi tutti i processi industriali. Un calore che oggi viene semplicemente disperso, considerato economicamente non sfruttabile, può così diventare il motore di un processo di purificazione dell’acqua. E lo stesso vale per il solare termico.
Spiega ancora Tiraferri: “Il consorzio MELODIZER, che conta 17 partner internazionali, sta costruendo quattro prototipi a scale diverse. Il più grande è installato presso una grande birreria europea: la produzione di birra richiede enormi volumi di acqua dolce, mentre il processo di maltatura genera calore di scarto. Le due esigenze si incontrano quindi perfettamente per consentire l’applicazione di questo metodo, che dà la possibilità di riciclare l’acqua sfruttando il calore residuale”.
Il prototipo di scala più piccola ha invece vocazione umanitaria: un kit compatto, che dovrebbe costare tra i 100 e i 150 euro in produzione di serie, alimentato al 100% dall’energia solare, in grado di produrre acqua potabile da qualsiasi fonte, anche salina, in condizioni di emergenza. Terremoti, uragani, crisi infrastrutturali: una famiglia con quel kit nell’armadio potrebbe sopravvivere alle fasi più critiche senza aspettare i soccorsi. I governi e le organizzazioni internazionali potrebbero distribuirlo come si distribuiscono cibo e medicinali.
Un’ulteriore dimensione del progetto riguarda i flussi di scarto: le membrane non accumulano contaminanti, ma separano l’acqua pulita da un flusso concentrato di inquinanti. Invece di considerarlo un rifiuto, MELODIZER studia non solo come ridurlo, avvicinandosi al cosiddetto minimal liquid discharge, ovvero produzione quasi nulla di scarti liquidi, ma anche come valorizzarlo, estraendone litio, magnesio e altri composti di valore. E si studiano anche sistemi per valorizzare le membrane stesse, che hanno una vita di circa cinque anni. Normalmente vanno sostituite e anche quelle si configurano come uno scarto. Al Politecnico si studia come riutilizzarle in altri processi a membrana.
Rendering dissalatore solare autonomo da utilizzare in condizioni di emergenza
Rendering dissalatore solare autonomo da utilizzare in condizioni di emergenza
SMaLL: sfruttare a fini energetici nuovi materiali adsorbenti
Anche l’infrastruttura SMaLL del Dipartimento Energia, guidata da Eliodoro Chiavazzo, docente di Fisica tecnica industriale, sviluppa tecnologie basate sull’utilizzo di calore a bassa temperatura, ma attraverso un meccanismo diverso.
Spiega Chiavazzo: “Si parte da un principio semplice: quello dell’evaporazione e condensazione dell’acqua, ma in questo caso è mediata attraverso materiali adsorbenti in grado di aumentare l’evaporazione, consentendo anche in questo caso l’utilizzo di un input energetico a bassa temperatura, senza bisogno di ricorrere all’elettricità. Questi sistemi sono definiti “pompe di calore ad adsorbimento” e presentano un’elevata versatilità operativa: si possono utilizzare sia per il raffrescamento, poiché l’evaporazione genera freddo, sia per trattare l’acqua, sfruttando il passaggio dalla fase di evaporazione a quella di acqua condensata, libera da inquinanti. Uno dei vantaggi di questo metodo è che consente di trattare anche acqua con un livello di inquinamento particolarmente elevato o ad alta salinità, che potrebbero danneggiare i sistemi a membrana tradizionali”.
Il punto centrale della ricerca è trovare i materiali adsorbenti più adatti a facilitare l’evaporazione, attirando l’acqua e facilitandone il passaggio di stato. Spiega ancora Chiavazzo: “Il principio sfrutta materiali altamente igroscopici, come la silica gel che tutti conoscono perché si trova nelle bustine nella scatola delle scarpe nuove, ma anche zeoliti, MOF (Metal-Organic Frameworks, per cui è stato assegnato il Premio Nobel per la Chimica nel 2025), e nuovi compositi a base cementizia sviluppati in laboratorio, che assorbono il vapore acqueo e lo rilasciano con un piccolo apporto termico”.
Il progetto SMALL (finanziato dal PNRR) ha raggiunto un discreto livello di maturità tecnologica (TRL 4-5): le macchine funzionano e i materiali sono selezionati e ottimizzati anche attraverso algoritmi di machine learning. L’orizzonte applicativo più immediato include il raffrescamento di edifici, celle frigorifere e ambienti industriali. Spiega ancora Chiavazzo: “Questa tecnologia rende possibile sfruttare ai fini di raffrescamento quello stesso calore a bassa temperatura che, per esempio, i data center alla base dei moderni algoritmi di intelligenza artificiale producono in quantità crescente e attualmente semplicemente disperdono nell’ambiente”.
Come spiega Matteo Fasano, al Politecnico è stato studiato anche un metodo basato sulla differenza di salinità di due liquidi, che in un certo senso funziona in senso opposto rispetto ai sistemi di distillazione passivi: “Rappresenta l’inverso termodinamico della distillazione a membrana: se la distillazione usa calore per separare l’acqua dal sale, il sistema Cooler sfrutta la differenza di salinità tra due soluzioni per produrre freddo evaporativo. Separando con una membrana due liquidi a salinità molto differente, per esempio acqua e salamoia, ci sarà un’evaporazione più rapida dalla parte a bassa concentrazione salina: sfruttando questo flusso si può ottenere un effetto refrigerante”.
Dimostratore per la dissalazione e il raffrescamento da adsorbimento: 1. Adsorber 1; 2. Adsorber 2; 3. Tank 1 (Evaporator); 4. Tank 2 (Condenser); 5. Circulation Pump
Dimostratore per la dissalazione e il raffrescamento da adsorbimento: 1. Adsorber 1; 2. Adsorber 2; 3. Tank 1 (Evaporator); 4. Tank 2 (Condenser); 5. Circulation Pump
Dimostratore per la dissalazione e il raffrescamento da adsorbimento: 6. Heat Storage Tank; 7. Heat Exchanger
Dimostratore per la dissalazione e il raffrescamento da adsorbimento: 6. Heat Storage Tank; 7. Heat Exchanger
Dimostratore per la dissalazione e il raffrescamento da adsorbimento: 8. Solar Panel
Dimostratore per la dissalazione e il raffrescamento da adsorbimento: 8. Solar Panel
Prototipo per la dissalazione e il raffrescamento da adsorbimento
Prototipo per la dissalazione e il raffrescamento da adsorbimento
Nanotecnologie nel sottosuolo: bonificare dall’interno
Una parte rilevante delle risorse idriche della Terra non scorre in superficie: circa 10 milioni di chilometri cubi di acqua dolce si trovano nel sottosuolo, immagazzinatinelle falde idriche. Le falde alimentano pozzi e sorgenti, e permettono l’irrigazione agricola in molte regioni del mondo. Contaminarle – con solventi industriali, metalli pesanti, PFAS – significa compromettere risorse la cui rigenerazione richiede decenni o secoli.
L’approccio di trattamento più comunemente adottato consiste nell’estrazione dell’acqua, nella depurazione e nel successivo scarico in superficie: un approccio costoso, lento, e spesso poco efficace per i contaminanti più recalcitranti. DELTANOVA, spin-off del Politecnico di Torino, fondata nel 2020 da Carlo Bianco, ricercatore del DIATI, Rajandrea Sethi e Tiziana Tosco, docente di Ingegneria sanitaria e ambientale del DIATI, lavora con un metodo alternativo: la nanoremediation, ovvero la bonifica in situ attraverso iniezione di nanomateriali reattivi direttamente nel sottosuolo, là dove serve.
Come ci racconta Carlo Bianco, i nanomateriali, quali ferro zerovalente di dimensioni nanoscopiche, ma anche materiali più innovativi attualmente in corso di studio – vengono iniettati nel sottosuolo attraverso pozzi appositamente realizzati: “I nanomateriali si muovono più agevolmente, grazie alle ridotte dimensioni, attraverso i pori presenti nel sottosuolo, dove entrano in contatto con i contaminanti degradandoli rapidamente. Le dimensioni contano: lo stesso ferro, passando da dimensioni millimetriche a particelle nanoscopiche, aumenta la propria reattività di diversi ordini di grandezza. La ragione è semplice: una particella nanometrica espone al contaminante una superficie immensamente maggiore rispetto alla stessa massa di materiale granulare, riducendo significativamente i tempi di degradazione”.
Alcune di queste tecnologie sono già sul mercato: nanoparticelle di ferro zerovalente per la rimozione di solventi clorurati cancerogeni (come il tricloroetilene) sono state da noi applicate in siti contaminati in Italia, negli Stati Uniti e in Australia. Il portafoglio di brevetti del nostro gruppo di ricerca consta di sei titoli depositati. Altre tecnologie sono in fase di trasferimento dal laboratorio al campo, alla ricerca di siti pilota in cui testare approcci più innovativi: una ricerca delicata e volta alla tutela di una risorsa fondamentale per l’umanità.
Bonifica di acquiferi contaminati mediante nanoremediation: dal laboratorio alle applicazioni a scala reale
Bonifica di acquiferi contaminati mediante nanoremediation: dal laboratorio alle applicazioni a scala reale
Bonifica di acquiferi contaminati mediante nanoremediation: dal laboratorio alle applicazioni a scala reale
Bonifica di acquiferi contaminati mediante nanoremediation: dal laboratorio alle applicazioni a scala reale
Bonifica di acquiferi contaminati mediante nanoremediation: dal laboratorio alle applicazioni a scala reale
Bonifica di acquiferi contaminati mediante nanoremediation: dal laboratorio alle applicazioni a scala reale
Bonifica di acquiferi contaminati mediante nanoremediation: dal laboratorio alle applicazioni a scala reale
Bonifica di acquiferi contaminati mediante nanoremediation: dal laboratorio alle applicazioni a scala reale
Bonifica di acquiferi contaminati mediante nanoremediation: dal laboratorio alle applicazioni a scala reale
Bonifica di acquiferi contaminati mediante nanoremediation: dal laboratorio alle applicazioni a scala reale
Bonifica di acquiferi contaminati mediante nanoremediation: dal laboratorio alle applicazioni a scala reale
Bonifica di acquiferi contaminati mediante nanoremediation: dal laboratorio alle applicazioni a scala reale
Fiumi, ponti e pesci: l’idraulica come scienza di confine
L’acqua non è soltanto una risorsa da depurare, ma un elemento fondamentale dei sistemi naturali e un possibile fattore di rischio per l’uomo e l’ambiente costruito.
Il Laboratorio di Idraulica e meccanica dei fluidi del Politecnico, diretto da Costantino Manes, docente di Idraulica al DIATI, si occupa di quella che potremmo chiamare l’altra gamba della scienza dell’acqua: non il trattamento, ma lo studio del moto dell’acqua e della sua interazione con il mondo fisico e biologico, con tutte le sue molteplici – e talvolta sorprendenti – applicazioni.
Ponti fluviali più sicuri in un clima che cambia
I cambiamenti climatici stanno aumentando la frequenza e l’intensità delle piene fluviali, mettendo a rischio infrastrutture strategiche come i ponti. Come spiega Manes: “I ponti, progettati per regimi idrologici del passato, sono oggi sottoposti a nuove e più forti sollecitazioni. Il fenomeno più critico è lo scouring, cioè l’erosione del fondale attorno a pile e spalle causata dalla violenza della corrente durante le piene. I vortici turbolenti che si formano attorno alle pile rimuovono sedimenti e scavano buche che indeboliscono le fondazioni, rappresentando una delle principali cause di crollo dei ponti fluviali. Il nostro gruppo sviluppa modelli fisicamente basati, non puramente empirici, per prevedere la profondità dello scavo in funzione delle caratteristiche della piena, del sedimento e della geometria della pila. Si tratta di strumenti essenziali per progettare ponti più sicuri e per valutare il rischio idraulico delle infrastrutture esistenti, in un clima che cambia”.
Le piante che proteggono la costa: il progetto SHIEELD
I pericoli dell’acqua non vengono solo dai fiumi. Le coste sono esposte all’erosione e alle inondazioni marine, fenomeni che si intensificano con l’innalzamento del livello del mare e con la maggiore frequenza di eventi estremi. Il progetto SHIEELD (sviluppato con il ricercatore Davide Vettori grazie a un finanziamento dell'Unione Europea Marie Skłodowska-Curie) ha studiato il ruolo delle praterie marine (ad esempio di Posidonia Oceanica molto comune nei mari italiani) nel dissipare l’energia delle onde e quindi proteggere le coste dall’erosione.
Rendering della sezione di test del canale ricoperta da elementi artificiali che simulano fanerogame marine, con la posizione degli strumenti rilevanti: sonde ondametriche (WG), sistema di anemometria laser Doppler (LDA) e videocamera HD (CAM). Nel riquadro è mostrato un fotogramma registrato dalla videocamera durante un esperimento. Immagine: Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A. (2025) 10.1073/pnas.2414150122
Rendering della sezione di test del canale ricoperta da elementi artificiali che simulano fanerogame marine, con la posizione degli strumenti rilevanti: sonde ondametriche (WG), sistema di anemometria laser Doppler (LDA) e videocamera HD (CAM). Nel riquadro è mostrato un fotogramma registrato dalla videocamera durante un esperimento. Immagine: Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A. (2025) 10.1073/pnas.2414150122
Il punto critico è che le piante marine sono strutture flessibili, e il loro comportamento meccanico sotto l’azione di onde e correnti è difficile da descrivere. Racconta Manes: “Per studiarlo abbiamo dovuto ingegnarci, realizzando modelli in plastica con proprietà simili a quelle delle piante marine. Questo ci ha permesso di condurre numerosi esperimenti controllati in laboratorio, individuando i processi fisici che regolano la dissipazione dell’energia delle onde e sviluppando modelli predittivi. Uno dei lavori risultanti è stato pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), ed è stato segnalato da Science come contributo di rilievo”.
L’idraulica industriale e biomedica
Il progetto Bubbles for Life sfrutta il fenomeno della cavitazione, cioè la formazione e il successivo collasso violento, nei liquidi, di bolle di vapore generate da improvvise variazioni di pressione. Spiega Manes: “Studiamo come sfruttare questo fenomeno per dilaniare meccanicamente i batteri quindi disinfettare l’acqua, senza l’uso di additivi chimici. Altre applicazioni si possono trovare nella lisi di microalghe per estrarre composti utili all’industria farmaceutica e cosmetica.
Ripresa ad alta velocità della cavitazione idrodinamica all'interno di un tubo di Venturi. La sequenza è riprodotta a velocità ridotta per evidenziare la formazione e l'evoluzione delle cavità di vapore
Ripresa ad alta velocità della cavitazione idrodinamica all'interno di un tubo di Venturi. La sequenza è riprodotta a velocità ridotta per evidenziare la formazione e l'evoluzione delle cavità di vapore
Ma l’idraulica si applica persino alla biomedica. Manes è inventore di uno stent per applicazioni urologiche, progettato per prevenire l’incrostazione e occlusione attraverso un’ottimizzazione della geometria dei fori drenanti, quindi solo attraverso metodi idrodinamici. Lo stent è stato già testato su decine di pazienti nel Regno Unito.
Studiare come nuotano i pesci per salvaguardarli
Ma forse l’applicazione più inattesa riguarda i pesci. La frammentazione fluviale, ovvero l’interruzione della continuità dei corsi d’acqua causata da dighe e sbarramenti, è uno dei principali fattori di declino degli ecosistemi fluviali, tra i più minacciati al mondo in termini di biodiversità: questi ostacoli impediscono infatti ai pesci di spostarsi a fini riproduttivi e per nutrirsi. Racconta Manes: “La risposta ingegneristica sono le scale per pesci, ovvero dei passaggi laterali, che consentono di bypassare gli sbarramenti. Per progettarli, occorre però capire bene di che cosa siano capaci i pesci dal punto di vista motorio. Lo studio, finanziato dal progetto europeo RIBES, ha permesso di quantificare la capacità dei pesci di nuotare controcorrente, testando gli animali in condizioni idrodinamiche controllate, in un canale progettato ad hoc. I risultati consentiranno di progettare le scale per pesci in modo più accurato e con minori margini di incertezza”. Un approccio che integra idraulica e biologia per tradurre la ricerca in una soluzione concreta per la tutela ambientale.
FISH IN TROUBLED WATERS, documentario teatrale di Faber Teater realizzato nell'ambito del progetto RIBES - RIver flow regulation, fish BEhaviour and Status, finanziaro dal programma Horizon 2020, Marie Sklodowska-Curie Actions
Esperimento di Reynolds per la classificazione dei flussi laminari, di transizione e turbolenti
Esperimento di Reynolds per la classificazione dei flussi laminari, di transizione e turbolenti
Visualizzazione di moto a potenziale attorno a corpi
Visualizzazione di moto a potenziale attorno a corpi
Visualizzazione con bolle di idrogeno di flussi attorno a corpi tozzi
Visualizzazione con bolle di idrogeno di flussi attorno a corpi tozzi
Modelli didattici di turbine Francis, Pelton e Kaplan
Modelli didattici di turbine Francis, Pelton e Kaplan
Sistemi di condotte (in pressione e depressione) per lo studio dei carichi piezometrici e totali
Sistemi di condotte (in pressione e depressione) per lo studio dei carichi piezometrici e totali
Tubo di venturi per lo studio della cavitazione idrodinamica
Tubo di venturi per lo studio della cavitazione idrodinamica
Ognuno di noi scarica quotidianamente anche 100 litri di acqua utilizzata per l’igiene personale, le pulizie, il bucato… si chiamano acque grigie e potrebbero facilmente essere un valido alleato nelle nostre città
- Elisa Costamagna -
Elisa Costamagna, ricercatrice
Elisa Costamagna, ricercatrice


